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Disturbi nutrizionali, tre consigli per tenerli (il più possibile) alla larga

martedì 9 novembre 2021

Liv

Magro, ben definito, insomma “tirato”. È questo lo stereotipo del ciclista forte nella cultura comune e, diciamoci la verità, in questa cultura comune rientrano molti di noi. Quante volte ne abbiamo incontrato uno “così” e lo abbiamo stimato, ammirato. Forse anche invidiato. In molti casi, però, la realtà che si cela dietro quella “perfetta corazza” non è sempre vincente e soprattutto non è da sottovalutare. Di Elena Casiraghi, Ph.D. - Equipe Enervit

Abbiamo recentemente parlato del rapporto con il proprio corpo in un articolo in cui Linda Indergand del team Liv Factory ci ha ha raccontato la sua esperienza personale (clicca qui per leggere).

Per approforndire meglio questo tema in modo scientifico abbiamo coinvolto la nostra Liv Ambassador Elena Casiraghi, Ph. D dell'Equipe Enervit.
Magro, tirato....Forse anche invidiato. In molti casi, però, la realtà che si cela dietro quella “perfetta corazza” non è sempre vincente e soprattutto non è da sottovalutare.

Pessima strategia
Quello dei disturbi alimentari nello sport è un vero e proprio tabù. In tanti sanno ma in pochi ne parlano. Eppure si tratta di un vero problema che affligge la prestazione, ma ancor prima la salute fisica e mentale dell’atleta. Uomini e donne senza distinzione, dall’età giovanile a quella adulta, se pur le atlete sono statisticamente più coinvolte.
Si mangia meno per ridurre il proprio peso corporeo oppure si utilizzano metodi come l’induzione del vomito o l’assunzione di lassativi per ridurre l’assorbimento delle calorie. Si tratta di usanze alquanto diffuse, purtroppo, che hanno l’obiettivo sia di ricercare nel più breve tempo possibile il peso ottimale di gara sia di mantenere nel tempo uno stereotipo di forma fisica che nella nostra mente appare ottimale. Ma che in realtà tale non è. È noto infatti che un’eccessiva riduzione dell’assunzione di energia può alterare la salute dell’atleta. I pericoli più frequenti e immediati sono l’aumento del rischio di fratture da stress e, nello specifico per le donne, l’alterazione del ciclo mestruale.

1 su 5 (e forse più) ne soffre
Chi ne soffre non ne è consapevole e per questo i casi sono tendenzialmente sotto diagnosticati o ignorati. In media 1 su 5 delle sportive professioniste soffre di uno di questi disturbi, percentuale che potrebbe essere ancora più alta in uno sport come il ciclismo, in cui il rapporto potenza/peso è di massima rilevanza.
La carenza cronica di energia è considerata il principale fattore alla base degli effetti negativi sulla salute e sulla prestazione fisica descritti nei modelli di relative energy deficiency in sport (RED-S) , una sindrome caratterizzata da scarso apporto di energia, amenorrea e bassa densità ossea, e in passato conosciuta come triade dell’atleta.

Quando la spia della riserva si accende
Ma quando si parla di bassa disponibilità energetica? E in cosa consiste? Essa è definita come il consumo energetico giornaliero meno il dispendio energetico della disciplina, diviso per la massa magra. Il risultato è un bilancio energetico adatto a un particolare individuo, quindi è soggettivo. Ma è scientificamente ben descritto che un apporto energetico pari o inferiore a 30 Kcal per ogni chilo di massa magra al giorno può perturbare l’equilibrio ormonale. In altre parole il consumo di calorie e quindi di energia al di sotto di questo valore può causare problemi metabolici. Alcuni di questi processi sono pressoché immediati, altri emergono nel lungo periodo.

Come prevenire
Per prevenire queste situazioni e allenare il benessere mentale - e non solo quello fisico - dell’atleta possiamo attuare diversi cambiamenti. Ciascuno all’interno dello staff dell’atleta ha il proprio compito, dai componenti tecnici del team, alla famiglia, all’atleta stesso. Come dice infatti Elisabetta Borgia, psicologa dello sport del Team Trek-Segafredo “l’atleta è un pesciolino in una boccia di acqua, dobbiamo prenderci cura dell’ambiente in cui vive affinché possa crescere in salute”.
E quindi ecco cosa possiamo fare ogni giorno:
1. Invitare a valutare la prestazione, non il risultato;
2. Evitare di associare il risultato al peso di competizione. Il rischio è quello di ridurre l’effetto della
prestazione principalmente al peso corporeo;
3. Educare i giovani atleti a un rapporto sano col cibo evitando giudizi (non esistono cibi buoni
né cattivi) e abbandonare il cliché del cibo come premio o punizione.

Elena Casiraghi in uno scatto fatto in occasione della presentazione della nuova Langma all'IBF2021 di Rimini.

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