Brave the elements: un viaggio in bici attraverso il Cile by Elisa 'Sisa' Vottero

lunedì 14 ottobre 2019

Liv

Sono sul balcone di casa, è arrivato ottobre ma il suo sole riesce ancora a scaldarmi un pochino, riesco a sentire i suoi raggi illuminarmi il viso e mi abbandono a questo piacere che non sentivo da tempo. Rientro da un viaggio in Cile, studiato nei minimi particolari. Non come la prima volta che ho viaggiato in bici, dove l'istinto ha prevalso su ogni altra cosa. Questa volta era stato tutto calcolato.

Lasciamo l'Italia in un caldo agosto e atterriamo dall'altra parte del mondo in pieno inverno. Non sono sola, oltre alla mia Brava SRL ho con me anche i miei adorati sci, per poter sciare su sei dei circa 200 vulcani che si trovano su questa strisciolina di terra. I piani erano questi: 2500km in bici e sei vulcani.

Semplice.

Appena atterrata capisco subito che presto avrei dovuto rivedere i miei piani. Il primo giorno lo dedico al settaggio della bici. Dall'Italia ho imbarcato tutto il necessario nella scatola pregando arrivasse integro e così è stato. Ruote, porta pacchi, sacche, sacchine, zaini, bastoni e sci. Tutto sistemato sul quel telaio nero lucido che sembrava mi guardasse sorridendo, come a dire: "un anno dopo siamo di nuovo io e te e sarà bellissimo". Mi fido ciecamente di quella percezione che ho avuto guardandola abbasso gli occhi per chiudermi le scarpette. Sorrido e parto.

Il viaggio è suddiviso in due:

La prima parte è quella dedicata ai vulcani e quindi la bici mi serve essenzialmente per gli avvicinamenti ad essi. Le sei meraviglie innevate si susseguono in linea verticale a due passi dal confine Argentino.

La seconda parte invece è dedicata interamente a quella che gli esperti ciclo viaggiatori definiscono come una delle strade più belle del mondo:

La Carretera Austral. 

Primo giorno, primo cambio di programma e prima (ne)amica: la pioggia.

Mi ha accompagnata quasi incessante per molto tempo durante la mia traversata verso sud. Testarda ed imperterrita, non voleva darmi tregua. L'ho odiata tanto, quando dopo appena 5km mi sentivo da strizzare e mi mancavano solo altri 75km all'arrivo della tappa giornaliera, ma mi ha insegnato ad avere pazienza. Com'è si dice? No rain no rainbow giusto? E non c'è niente di più vero, anche metaforicamente parlando è proprio così. La pioggia ci serve per apprezzare meglio la luce, per goderci gli arcobaleni che si fanno vedere all'improvviso anche se sono sempre stati li. Così sono costretta a cambiare subito i piani e salto il primo vulcano. Mi dirigo veloce verso il secondo e vengo subito ripagata da uno scenario spettacolare. Nonostante tutto, mi dico mentre salgo con i miei sci verso la Cima dell'Antuco, sono partita nel migliore dei modi.

I chilometri incominciano a farsi sentire, soprattutto quando le gambe devono combattere contro un nuovo (ne)amico: il vento.

Lui e l'altra giocando insieme hanno rallentato la mia grande corsa verso il sud, mi fanno saltare altri due vulcani ma rafforzano la mia convinzione sull'aver trovato il mio posto nel mondo, quello in sella alla mia bici. Può sembrare strano lo so, subito avrete pensato ai dolori e invece io li mi sento comoda. Mi sento a mio agio e tutta quella velocità lenta mi da il permesso di vedere le cose in modo più chiaro.

Arrivo a Puerto Montt la porta per la Patagonia. E' inverno e sicuramente non sarà calda e asciutta. La scelta di viaggiare in questa stagione è voluta proprio per poter sentire solo il delicato rumore che fa la bici al contatto con la terra. Qui inizia il vero viaggio, quello che ti fa fare la bici dentro di te, quel turbinio di sensazioni così forti intense e pure. Parto così per il silenzio assordante della Carretera. Mentre organizzavo il viaggio, ho subito escluso la tenda. So per esperienza che dopo 8/9 ore di bici, riposare bene (e in questi casi asciugarsi bene) è importantissimo. Altro errore di valutazione, in inverno qui sono tutti in letargo ed e' difficile trovare dove dormire e mangiare. Non sei tu o la tua stanchezza a determinare la lunghezza delle tappe, ma la distanza tra un "pueblo" e l'altro.

Mi aspettavo una cosa più semplice, speravo che l'allenamento sia a casa sia prima di entrare nella Carretera potesse bastare, ma il vento Patagonico esiste ed è forte, tanto da far sembrare quello che ho incontrato al nord una brezza. La pioggia ha segretamente ascoltato i miei pensieri, per far si che questo viaggio non arrivasse mai alla fine. I dislivelli importanti hanno migliorato la forma fisica e soprattutto quella mentale, quando le gambe urlavano a pochi metri dalla fine della salita, la testa zittiva tutti con un facile: "tranquilli ne varrà la pena". Ad ogni goccia di sudore corrispondeva uno spettacolo visivo direttamente proporzionale alla fatica appena fatta. Ogni centimetro ha riempito i miei occhi di scenari pazzeschi i: dai laghi ai ghiacciai colanti, dai vulcani ai campi di gelo, dalle città alla pampa e infine la gente, così amabile.

Il cile è sorridente, curioso, bello da morire e l'unico limite è rappresentato dal tempo che avete a disposizione per visitarlo. E' questo è stato il problema. Il traguardo non è stato raggiunto, il meteo mi ha sussurrato all'orecchio le parole "devi tornare"

Il tempo è finito. Non sono abituata ad avere i giorni contati e viaggi come questi appartengono al caso. e io pure. Sono troppo selvaggia per le regole e infatti questa volta hanno vinto loro. C'è sempre troppo da fare e da vedere, i viaggi in bici sono mistici. Sono esperienze non vacanze.

Sulla via del ritorno, dopo infinite ore di bus, avevo voglia di sgranchire un po' le gambe, tra un bus e l'altro recuperiamo tutti i pezzi che avevo lasciato per strada e riesco ad incastrare l'ascesa al primo vulcano che era nei piani. Doveva durare una giornata, una cosina veloce veloce per poi riprendere il bus verso Santiago. Non è andata proprio così, ma questa è un'altra storia.

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